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ASSOCIAZIONE ITALIANA "UNA BANDIERA PER LA VITA" - ONLUS

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Rassegna Stampa

PALAZZO CHIGI - 30 SETTEMBRE 2008

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MASSIMO TRAMONTE

 

CRONACA VERA

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Venerdì 12 Ottobre 2007

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Giovedì 8 Novembre 2007

«Una nazione è viva grazie alla memoria»
 

La proposta di esporre in permanenza il tricolore accanto ai monumenti ai caduti ha riscosso il sostegno incondizionato di Pierino Cieno, originario di Badia, reduce dai gulag dell’Albania comunista e fondatore dell’associazione «Una bandiera per la vita». «Complimenti a chi ha proposto questa iniziativa», commenta. «Mi pare che esporre la bandiera italiana nel luogo dove si ricorda chi ha donato la vita per la patria sia il modo migliore per manifestare la gratitudine e il ricordo di una nazione viva e consapevole». Nel mese trascorso dal suo matrimonio religioso a Badia e dalla contemporanea nascita dell’associazione, che si prefigge di portare un tricolore in ogni casa, Cieno ha lavorato senza sosta per far decollare la sua iniziativa. É appena rientrato a Rieti da Vibonati, comune del Salernitano che gli ha offerto un contributo, un gruppo locale e una sede. Racconta di aver ricevuto migliaia di messaggi dopo le trasmissioni televisive che si sono occupate della sua vicenda e di essere oberato di impegni per il futuro: «Faccio fatica a seguirli tutti». Il 16 dicembre ci sarà l’inaugurazione della sede nazionale a Rieti, alla presenza di una nutrita rappresentanza di Badia. Il giorno prima un concerto benefico di Sammy Barbot a favore dell’associazione, il cui ricavato sarà devoluto il giorno dopo a famiglie bisognose. Cieno tornerà a Badia il 21 dicembre per la consegna della cittadinanza onoraria. Il giorno dopo sarà a Telepace per parlare ancora della sua storia e della sua associazione. «Il tricolore sta diventando la mia missione», conclude. R.Z

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Partirono negli anni ’30 per lavorare, furono trattenuti fino al ’90 dal regime

 

In questi ultimi anni si è parlato di tutto: dei campi di concentramento, dell’orrore delle foibe, delle persecuzioni sovietiche, della dura sorte degli italiani all’estero, ma della nostra tragedia non si è parlato mai». Chi dice così è l’italianissimo Pierino Cieno, originario di Badia Calavena di Verona 55 anni, 40 dei quali vissuti nei campi di concentramento dell’Albania di Enver Hoxha. Quella degli italiani che nel 1939 andarono in Albania e poi vi furono costretti a rimanere con la forza, è in effetti una storia non scritta, una tragedia immane che si inserisce in un quadro più ampio di quell’autentico inferno che fu l’Albania comunista del dopoguerra, un vero e proprio “arcipelago Gulag” a cielo aperto.

Il “Secolo d’Italia”, grazie alla collaborazione di questo italiano che da pochissimi anni ha conosciuto la libertà e la sua patria, prova a iniziare a raccontare questa odissea, che non ha riguardato solo la famiglia Cieno, ma migliaia di altri nostri connazionali, molti dei quali uccisi sommariamente dagli albanesi solo perché italiani, o fascisti, o cattolici.

La nostra storia comincia dalla fine: da quando, nel 2001, Pierino Cieno scrive una lettera d’accorato ringraziamento al presidente italiano Carlo Azeglio Ciampi, lettera nella quale racconta della sua triste vicenda e di come, insieme con la madre, fosse stato sottoposto sin da piccolissimo a soprusi e angherie di ogni genere, compresi i famosi tre appelli al giorno – bambini compresi – ai quali gli aguzzini albanesi sottoponevano tutti i prigionieri dei loro “lager” disseminati in tutto il Paese.

Nei campi del regime comunista, regime che Cieno definisce “disumano”, si raccoglievano tutti quelli che non erano perfettamente allineati con il regime e anche tutti quelli che non lottavano abbastanza contro la classe borghese, oltre naturalmente agli italiani, che negli anni Quaranta laggiù erano ancora migliaia. «Il terrore, scrive Cieno al presidente Ciampi, era presente in ogni momento della giornata, ho subìto processi, detenzioni, accuse false e persino una condanna a morte, non eseguita perché fortunatamente il Muro di Berlino crollò anche in Albania». Poi ci fu la possibilità di tornare in Italia, e da oltre dieci anni Pierino Cieno vive a Rieti, dove lavora per il comune di quella città. Sposato con una donna italiana, ha tre figli, nati tutti in Albania, e dentro un campo di concentramento. Cieno nella sua lettera ringrazia gli italiani e il presidente Ciampi, al quale ha chiesto anche un regalo: una bandiera tricolore da apporre in una teca in casa sua, che gli ricordi sempre di essere un italiano che vive in un Paese libero, e che gli ricordi come gli incubi siano ormai alle sue spalle, per sempre.

Gli italiani d’Albania rimpatriati negli anni 1990/91 con l’“operazione Cora”, realizzata congiuntamente dai nostri ministeri di Esteri e Difesa, sono in tutto 365; sono gli ultimi discendenti di coloro che andarono laggiù per lavorare nel 1939, quando l’Albania divenne italiana.

 

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Ma ecco la storia.

Quell’anno il padre, che era ingegnere, e la madre di Pierino Cieno andarono nella Terra delle Aquile per lavorare, come tantissime altre famiglie italiane. Poi ci fu la guerra, l’Albania venne invasa da diversi eserciti, fino a che riconquistò l’indipendenza nel 1944, per poi diventare, nel 1946, la famigerata Repubblica popolare che negli anni successivi abbiamo imparato a conoscere grazie all’assurda “Radio Tirana”.

Dopo la fine della guerra il ministero degli Esteri italiano, guidato all’epoca da Carlo Sforza, raggiunse un accordo col governo di Enver Hoxha per trattenere in Albania gli italiani colà residenti, con l’argomentazione che il Paese era distrutto e che servivano tecnici e braccia per la ricostruzione. Anche questa è una pagina che deve essere ancora scritta chiaramente, pur se non va dimenticato che l’Italia aveva perso la guerra e che quindi non aveva la forza di trattare condizioni.

Hoxha, come è noto, non tardò a istituire un regime tra i più oppressivi e feroci della storia, peggiore, a detta di molti, di quelli di Stalin e di Ceausescu, caratterizzato da un partito unico che si è reso responsabile di persecuzioni, fucilazioni, sequestri di persona, fosse comuni, campi di concentramento e tanti bunker, più di un milione di bunker sparsi in tutto il Paese, allo scopo di difendersi da fantomatiche aggressioni esterne. Le opposizioni furono stroncate nel sangue, così come tutti i seguaci di ogni religione. Come in tutti i regimi, prese piede la delazione, lo spionaggio politico, allo scopo di tenere tutti i cittadini nel terrore che una mattina la famigerata “Sicurimi”, la polizia politica, bussasse alla loro porta e li portasse via.

Nel 1951, l’anno della nascita di Pierino Cieno, il padre Leone fu accusato di essere coinvolto in un attentato dinamitardo effettuato contro la locale ambasciata dell’Unione Sovietica, attentato al quale ovviamente sia l’ingegner Cieno sia l’altra ventina di italiani coinvolti erano del tutto estranei, poiché la bomba era stata messa dai servizi segreti albanesi per colpire la comunità italiana. Dopo l’arresto e la condanna di questo gruppo d’italiani si provvide alla loro immediata espulsione dal territorio albanese, con l’assicurazione che le loro famiglie li avrebbero raggiunti nel giro di una decina di giorni, cosa che però non avvenne mai. Le famiglie furono divise al porto di Durazzo, pochi istanti prima della partenza.

I familiari dei “criminali” vennero invece deportati al campo d’internamento di Saver, vicino Lushnje, dove Pierino Cieno e la madre rimasero per ben 15 anni.

«Baracche, lavori forzati, ogni tanto moriva qualcuno per maltrattamenti, racconta Pierino. Eravamo poche decine di italiani e molti albanesi oppositori del regime, alcuni dei quali avevano anche studiato in Italia, insomma erano persone di cultura. Nel 1965 siamo andati a Elbasan, dopo che ci era stata concessa una specie di semilibertà, e comunque non potevamo assolutamente allontanarci da quel comune senza il permesso della locale questura».

In tutti quegli anni, e negli anni che seguirono, la situazione economica dei due era al di sotto della soglia della sopravvivenza, si soffriva la fame, quella vera. Ci furono anche periodi in cui lo Stato razionò il cibo, come in un tempo di guerra perenne, e questo mentre si costruivano costosissimi bunker ovunque, come già detto. La madre faceva la sarta per tirare avanti.

«Nel 1967, racconta ancora il signor Cieno, io, sedicenne, sono andato a Tirana nel tentativo di trovare un lavoro, ma lo feci illegalmente, e quindi poco tempo dopo mi riarrestarono e mi portarono nell’altro campo di Belshe, dove, dopo qualche anno, mi raggiunse anche mia madre. Molti mi chiedono perché mio padre non si fosse mai fatto vivo, perché non ci avesse cercati: ma chi chiede questo non può sapere quale fosse la situazione di assoluto controllo e vigilanza a cui il regime sottoponeva tutti, non solo i prigionieri. Persino l’ambasciatore italiano non poteva fare nulla, perché se solo avesse osato venirci a trovare nel campo, ci avrebbero sicuramente ucciso. Quando lui e gli altri impiegati dell’ambasciata uscivano dagli uffici, venivano costantemente seguiti dalla polizia di Hoxha. Fu solo nel 1985, con stratagemmi e rischi di ogni genere e nella più assoluta segretezza che, grazie alla Croce Rossa, potei finalmente sapere che mio padre era vivo, e da allora, sempre con l’aiuto della Croce Rossa, iniziammo una corrispondenza rischiosa quanto sporadica».

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Nel frattempo il protagonista della nostra storia si era sposato con una signora in parte italiana, dalla quale ha avuto tre figli, nel '75, nel '78, e l'ultima nel '90, proprio alte soglie detta libertà. Alla fine degli anni Ottanta comunque si iniziò a percepire un'aria internazionale diversa, le pressioni sulla feroce dittatura comunista albanese aumentarono e il regime, con un colpo di coda, anziché "allentare le briglie" effettuò nuovi processi, condannando a morte 47 persone in quel campo, tra italiani e albanesi, compreso Pierino Cieno.

La sentenza recitava testualmente:.«Perché pensate contro il regime».

Ma quella sentenza non fu eseguita, perché, come detto, poco dopo, nel 1990, cadde il Muro di Berlino anche per l'Albania, la nostra ambasciata iniziò le ricerche e in diverse operazioni, tra il '90 e il '91, i nostri compatrioti vennero tutti rimpatriati.

Ma prima, c'è ancora un episodio significativo da raccontare, e riguarda i giorni della liberazione di Pierino Cieno e della sua famiglia dal campo, avvenuta nel 1990, quando divenne un uomo libero. Ce lo ha raccontato con la voce rotta dall'emozione.

«Nel 1990, appena liberato dal campo, con mio figlio primogenito Leone (come mio padre) di 15 anni sono andato a Skopje, in Macedonia, da certi parenti di mia moglie, per avere un pò di soldi in prestito per venire in Italia, giacché non avevamo nulla. Mi hanno dato 800 dollari e siamo andati a Trieste col trèno. Al confine tra Jugoslavia e Italia ho provato un'emozione fortissima: per la prima volta toccavo la mia terra, e all'alba siamo arrivati alla stazione di Trieste. Mio figlio dormiva, ho visto i piccioni, quei piccioni che in Albania mangiavamo perché la fame era tanta. Sono sceso dal treno, ho preso dei biscotti che avevo comprato a mio figlio, e li ho dati ai piccioni, che mi hanno subito circondato. Finiti i biscotti, sono rimasto solo, e piangevo mentre i piccioni mangiavano i biscotti di mio figlio. Dopo 128 ore di treno siamo arrivati a Civitavecchia, da dove saremmo dovuti partire per andare a trovare mio padre che viveva in Sardegna. Non avevo mai visto in vita mia una nave così grande come quel traghetto. Siamo comunque arrivati a Nuora, davanti alla villa di mio padre. Sul cancello c'era scritto: "Cieno Leone", sì, Leone, Leone come avevo chiamato mio figlio che adesso era lì con me. Mi sono sentito male, mi stava scoppiando il cuore, ho detto a mio figlio di andare via, che non ce l'avrei fatta. Dopo un po' mi sono ripreso e abbiamo suonato. Ma questa è un'altra storia che adesso non sono in proprio grado di raccontare».

Tornato in Albania, l'anno dopo la famiglia Cieno è stata rimpatriata definitivamente nell'operazione che abbiamo descritto prima. «Il 30 marzo 1991 atterrammo a Fiumicino. Il giorno dopo compivo 40 anni. Una vita nuova era iniziata».

Questo è tutto il racconto di questo figlio d'Italia tornato a casa. Non ce la siamo sentita di chiedere altri particolari più dettagliati e intimi, che appartengono alla sfera personalissima di ognuno di noi, ma ce li possiamo immaginare come più ci piace.

Come detto, i rimpatriati dallo Stato italiano sono stati 365, e il signor Cieno è in contatto con tutti loro, sparsi un po' per tutto lo stivale.

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La loro comunità è stata recentemente ricevuta dal ministro per gli Italiani nel Mondo Mirko Tremaglia, col quale hanno avuto un commosso colloquio. Tra gli esponenti politici di Alleanza nazionale che la comunità degli italiani d'Albania vuole, ringraziare, c'è senza dubbio l'ex sindaco di Rieti Antonio Cicchetti, che si è molto adoperato per la loro associazione, l'Ancifra, Associazione nazionale dei cittadini italiani rimpatriati dall'Albania, la quale tra l'altro sta organizzando proprio per i prossimi giorni una cerimonia per far conoscere agli italiani il loro calvario e soprattutto ringraziare le istituzioni per la loro italianità riconquistata.

Ancora oggi, quando Pierino Cieno vede un albanese, prova un brivido, perché non solo gli ricorda le enormi sofferenze subite, ma anche perché riflette come il regime comunista, che anche in Italia qualcuno vorrebbe ancora, sia riuscito a togliere la dignità e l'anima a generazioni intere, nel tentativo delirante di creare "l'uomo nuovo" comunista. Altre generazioni dovranno passare, dice Pierino, prima che l'albanese riacquisti la sua identità nazionale. E anche per l'Albania, ci dice, c'è ancora tanta strada da fare: «I loro politici attuali - dice il signor Cieno - sono in maggioranza gente che è cresciuta nel vecchio regime, da soli non potranno riuscire a cambiare. Ci vuole un aiuto dall'esterno, di qualcuno che non sia minimamente coinvolto né con la vecchia politica né con i clan tribali. Chissà, ci vorrebbe un protettorato straniero che rifondasse questo disgraziato Paese...»

 

di Antonio Pannullo

tratto dal “Secolo d’Italia” dell’8 novembre 2005

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Campi di concentramento a pochi chilometri dall’Italia, dove la gente lavorava 15 ore al giorno ma senza prendere una lira, mangiava un piatto di minestra al giorno, moriva di stenti e fatica. Forse non tutti lo sanno, ma tutto questo, e chissà quanto altro ancora, succedeva in Albania fino a 15 anni fa, fino alla caduta del muro di Berlino li, in quei campi di prigionia, sopravvivevano e morivano migliaia di italiani, Tra quelli che ce l’hanno fatto c’è Pierino Cieno, lui e la sua famiglia: la mamma, la moglie e i suoi tre figli, Leone, Uliks e Anna, nati prigionieri’ Questa mattina Cieno riceverà dal presidente del Consiglio Silvio Berhusconi, nel corso di una cerimonia a palazzo Chigi, una bandiera italiana in segno di riconoscimento per le sofferenze patite per la prigionia subita tra il 1951 e l’aprile del 1990. “Non riesco ad immaginare niente di più bello della Patria e la cerimonia di domani (oggi per chi legge ndr) ha per me un’importanza che non saprei descrivere”.

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